Nel fascicolo di luglio 2010 la rivista “The Journal of academic librarianship” edita dall’Elsevier e, quindi, rigorosamente a pagamento pubblica un interessante articolo sull’adozione di un approccio Web 2.0 per rilanciare l’immagine e stimolare l’utilizzo dei depositi istituzionali. Si tratta dell’articolo di Anthony Cocciolo “Can Web 2.0 enhance community participation in an Institutional Repository? The case of PocketKnowledge at Teachers college, Columbia University” DOI: 10.1016/j.acalib.2010.05.004
L’autore prende ancora una volta spunto dal fatto che la pratica dell’autoarchiviazione in un IR sia ancora poco diffusa tra gli autori accademici e prova ad applicare alcuni modelli concettuali propri del Web 2.0 a PocketKnowledge, il repository del Teachers College della Columbia University.
Il primo modello concettuale derivato dal web sociale è quello che bisogna avere fiducia nelle comunità di utenti; in Wikipedia così come nel caso di PocketKnowledge gli utenti imparano a rispettarsi reciprocamente e non assumono atteggiamenti trasgressivi;
il secondo modello concettuale è che non debba esistere una gerarchia organizzativa, un’autorià centrale che controlli i metadati e le descrizioni inserite dai ricercatori. Questi ultimi conoscono, infatti, meglio di chiunque altro l’ambito delle loro ricerche e sono in grado di indicizzare e “taggare” i documenti archiviati nel miglior modo possibile;
il terzo assunto concettuale Web 2.0 applicato ad un repository è che gli utenti mantengano il controllo assoluto sul contenuto archiviato nel repository e possano, qualora se ne presenti la necessità, anche rimuovere il materiale archiviato nel repository;
da ultimo, ma non per ultimo, per stimolare la partecipazione dei ricercatori un repository deve assumere e conservare sempre anche una componente ludica.
In conclusione l’autore raccoglie i dati sugli items archiviati nel periodo Novembre 2004- Agosto 2006 in due repository: uno web 2.0 -oriented (PocketKnowledge) e uno di tipo tradizionale (Community Program Collections).
Nel primo il 79% dei contributi era stato archiviato dagli studenti e il 10% dal corpo docente, nel secondo invece era prevalente l’archiviazione da parte dei docenti (59%). L’autore conclude che un deposito istituzionale può essere un valido strumento di supporto all’attività didattica dei docenti e offire loro un nuovo potente canale di comunicazione con gli studenti.
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